Imparare il giapponese da zero: sfatiamo 5 miti comuni
Imparare il giapponese non è impossibile! Sfatiamo i miti su pronuncia, grammatica complessa e scrittura.
Scopriamo insieme come un italiano abbia un vantaggio iniziale e come un livello per viaggiare sia raggiungibile in pochi mesi, superando la paura di sbagliare.
La montagna sembra invalicabile, ma esiste un sentiero
La lingua giapponese è avvolta da un’aura di mistero e complessità. Per chi parte da zero, l’idea di affrontare tre sistemi di scrittura diversi, una grammatica “al contrario” e migliaia di caratteri può sembrare una montagna invalicabile. Il Foreign Service Institute americano la classifica nella categoria delle lingue più difficili per un madrelingua inglese, richiedendo migliaia di ore di studio per raggiungere la padronanza. Questa reputazione, sebbene fondata su alcune verità, spesso crea una barriera psicologica che scoraggia molti prima ancora di iniziare.
L’obiettivo di questo articolo non è sminuire la sfida, ma scomporla in parti gestibili. Non vi diremo che imparare il giapponese è “facile”, perché sarebbe disonesto. Vi mostreremo, invece, che è assolutamente fattibile, specialmente se si sa come approcciare lo studio in modo strategico. Insieme, sfateremo cinque dei miti più comuni che paralizzano i principianti, rivelando un percorso realistico e incredibilmente gratificante per chiunque voglia aggiungere una nuova, profonda dimensione al proprio amore per il Giappone.
Mito #1: “La pronuncia è incomprensibile. “
Questo è forse il mito più grande e, per un parlante italiano, il più facile da sfatare. A differenza di molte lingue asiatiche, il giapponese non è una lingua tonale come il cinese mandarino. Il significato di una parola non cambia in base all’intonazione con cui viene pronunciata.
Il vero vantaggio per un italiano però risiede nella fonetica. Il sistema sonoro giapponese infatti è sorprendentemente simile al nostro:
- Le 5 vocali: I suoni delle vocali giapponesi — /a/, /i/, /u/, /e/, /o/ — sono quasi identici a quelli italiani. Non esistono le complesse sfumature vocaliche dell’inglese (la “a” di “cat” vs “car”) o del francese.
- Struttura sillabica regolare: La maggior parte delle sillabe giapponesi segue una struttura semplice e regolare di “consonante + vocale” (ka, ki, ku, ke, ko), molto naturale per un orecchio italiano.
- Poche difficoltà reali: Le vere sfide fonetiche sono poche e circoscritte. La “r” giapponese è un suono a metà tra la nostra “r” e la “l”. La vocale “u” a volte non viene quasi pronunciata (come in desu, che suona come “dess”). Ma si tratta di poche regole che, una volta apprese, diventano automatiche.
In sintesi, mentre un madrelingua inglese deve reimparare quasi da zero come produrre i suoni, un italiano parte con un vantaggio naturale enorme. La pronuncia è uno degli aspetti più accessibili della lingua, un primo passo incoraggiante nel vostro percorso di apprendimento.
Realtà: se parlate italiano, siete già a metà dell’opera.
Mito #2: “La grammatica è aliena.”
La struttura della frase giapponese è indubbiamente diversa da quella italiana e segue l’ordine Soggetto-Oggetto-Verbo (SOV). Questo significa che il verbo si trova sempre alla fine della frase. Ad esempio, la frase italiana “Io mangio la mela” in giapponese diventa, letteralmente, “Io la mela mangio” (Watashi wa ringo o tabemasu).
Questo può sembrare strano all’inizio, ma il sistema grammaticale giapponese presenta anche notevoli semplificazioni rispetto all’italiano:
- Niente generi e articoli: I sostantivi non hanno genere maschile o femminile. Non esistono articoli (il, lo, la, un, uno, una). La parola neko significa “gatto”, “il gatto”, “un gatto”, “la gatta” a seconda del contesto.
- Niente plurali (quasi): Generalmente, i sostantivi non cambiano forma per indicare il plurale. Hon può significare “libro” o “libri”.
- Coniugazioni verbali semplificate: Il verbo giapponese non si coniuga in base alla persona (io, tu, egli…). Tabemasu significa “mangio”, “mangi”, “mangia”, “mangiamo”, “mangiate”, “mangiano”. Inoltre, esistono solo due tempi principali: il non-passato (che copre presente e futuro) e il passato.
La vera sfida grammaticale risiede nell’uso delle particelle, piccole parole che seguono i sostantivi per indicarne la funzione logica (soggetto, oggetto, luogo, ecc.), e nell’apprendimento del Keigo, il linguaggio onorifico, che riflette la struttura gerarchica della società. Tuttavia, si tratta di un sistema estremamente logico e coerente. Una volta comprese le regole, la loro applicazione è costante.
Realtà: la grammatica giapponese è diversa ma logica e a volte più semplice.
Mito #3: “Devo imparare 2000 kanji solo per iniziare.”
Il sistema di scrittura è chiaramente l’aspetto più impegnativo del giapponese. L’errore più grande però è pensare di dover affrontare subito la “montagna” dei Kanji (i caratteri di origine cinese). Lo studio della scrittura giapponese infatti procede per gradi e i primi due sono assolutamente accessibili.
Il giapponese utilizza tre sistemi di scrittura contemporaneamente:
- Hiragana (ひらがな): È il primo alfabeto sillabico da imparare. Comprende 46 caratteri che rappresentano tutti i suoni della lingua giapponese. Con l’Hiragana si possono scrivere tutte le parole di origine giapponese, le particelle grammaticali e le desinenze dei verbi. È la spina dorsale della lingua scritta e può essere memorizzato con uno studio costante in una o due settimane.
- Katakana (カタカナ): È il secondo alfabeto sillabico, anch’esso di 46 caratteri, che rappresentano gli stessi suoni dell’Hiragana ma con una forma diversa. Viene utilizzato principalmente per scrivere parole di origine straniera (come terebi per “televisione” o Itaria per “Italia”), nomi propri stranieri, onomatopee e per dare enfasi a una parola.
- Kanji (漢字): Sono gli ideogrammi di origine cinese. Ne esistono migliaia, e ognuno rappresenta un concetto o un’idea. Un giapponese adulto ne conosce circa 2.000. L’apprendimento dei Kanji è un percorso a lungo termine, ma non è il punto di partenza.
| Sistema di Scrittura | Funzione Principale | N° Caratteri | Quando Impararlo |
|---|---|---|---|
| Hiragana | Scrivere parole giapponesi, desinenze, particelle | 46 | Subito (primo passo) |
| Katakana | Scrivere parole straniere, onomatopee, enfasi | 46 | Subito dopo l’Hiragana |
| Kanji | Scrivere la radice di nomi, verbi, aggettivi | 2.000+ | Gradualmente, dopo aver padroneggiato Hiragana e Katakana |
Imparare Hiragana e Katakana è un traguardo raggiungibile in breve tempo che sblocca immediatamente la capacità di leggere (e digitare) moltissime parole, menù, insegne e manga per bambini. Fornisce un’enorme gratificazione e dimostra che la scrittura giapponese non è un muro invalicabile, ma una serie di porte da aprire una dopo l’altra.
Realtà: vi presento Hiragana e Katakana, i vostri nuovi amici!
Mito #4: “Ci vogliono anni solo per saper ordinare un caffè.”
Questo mito nasce dalla confusione tra due obiettivi molto diversi.
- Obiettivo 1: Competenza per il viaggio (Livello JLPT N5/N4): Raggiungere un livello che permetta di gestire situazioni quotidiane in viaggio (ad esempio ordinare al ristorante, chiedere indicazioni, fare acquisti, presentarsi) è un traguardo assolutamente realistico. Con uno studio costante e mirato, è possibile raggiungere questa competenza funzionale in un periodo che va dai 6 ai 18 mesi.
- Obiettivo 2: Padronanza Avanzata (Livello JLPT N2/N1): Essere in grado di leggere un quotidiano, comprendere un telegiornale, discutere di argomenti complessi o lavorare in un ambiente professionale giapponese richiede, ovviamente, anni di studio dedicato, proprio come per qualsiasi altra lingua.
L’errore che si fa di solito è quello misurare il successo iniziale con i parametri del secondo obiettivo. Per un viaggiatore ad esempio, l’obiettivo non è la perfezione accademica, ma la comunicazione efficace.
Imparare anche solo 20 o 30 frasi chiave può trasformare radicalmente la qualità di un viaggio, aprendo porte a interazioni che altrimenti sarebbero impossibili. L’importante è fissare obiettivi realistici e celebrare i progressi lungo il cammino.
Realtà: saper parlare non vuol dire dover fare discorsi accademici.
Mito #5: “I giapponesi rideranno dei miei errori.”
La paura di sbagliare e di essere giudicati è un freno potente per chiunque impari una nuova lingua. In Giappone, questa paura è quasi sempre infondata. Nella stragrande maggioranza dei casi, i giapponesi non solo non rideranno dei vostri tentativi, ma li apprezzeranno enormemente.
Lo sforzo di uno straniero che prova a parlare la loro lingua è visto come un profondo gesto di rispetto verso la loro cultura. La reazione più comune non è la derisione, ma la sorpresa, l’incoraggiamento e un sincero desiderio di aiutare.
A volte, potreste trovarvi di fronte a un fenomeno che può disorientare: voi parlate in un giapponese stentato, e il vostro interlocutore vi risponde in un inglese ancora più stentato. È fondamentale non interpretare questo come una critica, anzi.
Questa infatti è un’espressione di omotenashi, ossia la celebre ospitalità giapponese. Nel tentativo di mettervi a vostro agio e di venirvi incontro, il vostro interlocutore sta cercando di usare quella che percepisce come la lingua internazionale, sacrificando la propria comodità per la vostra. È un gesto di cortesia, non di sufficienza.
Parlare, anche con errori, è un modo per costruire un ponte, un musubi. L’intenzione dietro le vostre parole – quella di connettersi e mostrare rispetto – verrà quasi sempre compresa e apprezzata, molto più della perfezione grammaticale.
Realtà: avrete una graditissima reazione al vostro coraggio di provare.
Conclusione: Il Primo Passo è il più Importante.
Imparare il giapponese è un viaggio, non una gara. La sua difficoltà è spesso esagerata da miti che non tengono conto dei vantaggi unici di un parlante italiano e dell’importanza di un approccio strategico. La pronuncia è accessibile, la grammatica ha una sua logica coerente, e la scrittura può essere affrontata un passo alla volta, partendo dai sillabari.
La chiave è iniziare. Imparare le basi non solo vi darà strumenti pratici per il vostro prossimo viaggio, ma vi offrirà una finestra più profonda sull’anima di una cultura affascinante. Ogni parola imparata è un passo in più verso una comprensione più autentica del
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